mercoledì 17 febbraio 2016

museo del fascismo: l'importanza di studiare la storia

A Predappio nel 2019 dovrebbe aprire il museo del fascismo che usufruirebbe di 4,5 milioni di euro di fondi pubblici su 5 necessari per istiruirlo. E' una notizia che farà certamente discutere soprattutto se si mettono in gioco le ideologie, ma non credo che quello ideologico sia il punto di vista migliore per discutere dell'argomento, io utilizzerei quello storico-culturale, attraverso il quale non mi sento di giudicare negativamente quello che è il ricordo e lo studio di una parte di storia del nostro Paese, che ha influito e non poco sul processo storico e politico in Italia dal suo inizio in poi, non contando anche l'influenza che essa ha avuto in Europa ed al suo contributo ideologico alla nascita di altri regimi di estrema destra.
Ma cosa si intende per il ricordo? Ricordare non è sinonimo di celebrare ed è ovvio che non può e non deve esserci spazio per le esaltazioni nostalgiche in camicie nere, bensì permettere alla storia di insegnarci che cosa è stato il fascismo e di conseguenza sentirci fortunati di avere la possibilità di fare ciò che all'epoca del ventennio non era permesso ovvero godere delle libertà personali e di partecipare alla vita pubblica esprimendo le proprie idee alimentate dalla fede politica.
Avrei evitato di fare il museo del fascismo, che dovrà situarsi nell'ex casa del fascio, un grosso immobile abbandonato, a Predappio, già luogo di pellegrinaggio di nostalgici che si recano più volte all'anno (nel giorno di nascita e di morte di Mussolini e nell'anniversario della marcia su Roma) nella tomba dell'ex capo del fascimo, però starà alle amministrazioni locali evitare che anche il museo diventi un luogo di ritrovo di chi crede ancora all'ideologia fascista, strumentalizzando ciò che deve essere il ricordo di un pezzo di storia italiana, facendone un uso distorto, glorificandolo anziché studiarlo, imparandone gli errori facendo così in modo di non ripeterli mai più.
Perché la storia è una, anzi forse è la materia più sottovalutata, considerata inutile e noiosa, ma è solo grazie ad essa che possiamo capire perché siamo dove siamo, perché siamo lombardi o laziali o siciliani e in particolare perché siamo abitanti della nostra città o paesino di provincia oppure in generale perché siamo italiani, perché siamo una repubblica, perché siamo stati una monarchia, perché il bicameralismo perfetto, perché il voto è prezioso, perché la nostra lingua.
Le risposte a tutte queste domande (anche se sarebbero infinite altre quelle da porsi) hanno il solo fine di disegnarci un'identità, solo grazie alla nostra identità potremmo sentirci coinvolti dal nostro Paese a tal punto di rispettare le sue leggi, il suo ambiente e le sue istituzioni.
Studiamo la storia!

venerdì 12 febbraio 2016

Il vincolo di mandato e il trasformismo

Recentemente il Movimento 5 Stelle è tornato su un tema molto caro al leader Beppe Grillo ed ai suoi appartenenti: il vincolo di mandato. Tutto nasce dal documento, pubblicato da "La Stampa", in vista delle comunali di Roma, dove tra i dieci punti è prevista una multa di 150 mila euro nel caso in cui il candidato non rispettasse il programma, come una sorta di "danno di immagine" del MoVimento.

Il vincolo di mandato è una norma giuridica non prevista per Costituzione, l'articolo 67 della Carta, infatti, dice che: "ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le funzioni senza vincolo di mandato". Quello che i costituenti hanno chiaramente voluto affermare è dunque che l'eletto non risponde ai suoi elettori, ma ai cittadini, è evidente come il vincolo di mandato sia fondamentale per quelli che sono i principi democratici del nostro Paese, come diceva Costantino Mortati, uno dei relatori: "sottrarre il deputato alla rappresentanza di interessi particolari significa che esso non rappresenta il suo partito o la sua categoria, ma la Nazione nel suo insieme" .
E' vero che ai tempi della prima repubblica l'esigenza di una maggiore "correttezza" verso il partito e quindi agli elettori dello stesso, era meno sentita, grazie all'ideologia che animava il nostro Paese in quel periodo. Non è un caso, infatti, che con la fine dei partiti tradizionali, che conservavano frammenti ideologici più o meno passati e con l'avvento di tangentopoli, l'Italia ha vissuto un rapido ed inesorabile declino ideologico che ha portato chiunque si avvicinasse alla vita politica ad andare dove più gli convenisse, piuttosto che dove animato dall'ardente fuoco ideologico. Il trasformismo politico di un parlamento che continua a cambiare la sua geografia politica ne è l'esempio, ma esiste un solo modo per porre fine a tutto questo, qualcosa che va oltre gli pseudo accordi pentastellati: il voto. Il voto è lo strumento fatale in quella che, come la nostra, è una democrazia rappresentativa, non votando chi cambia casacca, non daremo più loro l'opportunità di farlo, che sia esso un consigliere comunale o regionale e dalle prossime politiche, anche parlamentare, a chiunque fosse stato incoerente e mosso da qualunque tipo di ideale che non sia l'interesse personale, bisognerebbe infliggergli la punizione peggiore, non essere votato.

E' logico però che i 5 stelle, avendo subiti numerosi transfughi ed essendo nuovi arrivati sono più soggetti alle tentazioni delle poltrone, hanno più necessità di tutti a vincolare il mandato dei propri eletti, anche in virtù di quello che sta succedendo nelle amministrazioni locali che governano, giustifico quindi la loro battaglia a favore del vincolo di mandato. Ma non le argomentazioni. Come per esempio quelle dell'on. Toninelli, che in un'intervista alla Repubblica, attribuisce il vincolo di mandato all'epoca fascista, ovvero alla paura di un eventuale avvento di una dittatura come quella fascista, ma non è così perché il divieto del vincolo di mandato (o mandato imperativo) era presente anche nell'articolo 41 dello Statuto Albertino, scritto ben prima dell'avvento fascista e che diceva: "i Deputati rappresentano la Nazione in generale e non le sole provincie in cui furono eletti. Nessun mandato imperativo può loro darsi dagli Elettori".

Personalmente penso che questi accordi o contratti con i candidati siano alquanto inutili, non vedo cosa ne come si possa aggirare ciò che sta al vertice nella gerarchia delle fonti di diritto: la Costituzione italiana.

giovedì 11 febbraio 2016

Unioni civili e di civiltà, ma la sinistra dov'è stata?

Tra i tanti temi della politica nell'epoca Renzi, i più discussi del momento sono ovviamente le unioni civili e la stepchild adoption presenti nel ddl Cirinnà. Causa anche la presenza del Vaticano e di una forte impronta politica italiana legata ad esso, soprattutto nella così detta prima repubblica, queste tematiche sono state sempre evitate come la peste dalla nostra politica, a ciò ha contribuito anche la non indifferente limitatezza mentale dei nostri governanti.
A me però piacerebbe capire come mai in Europa arriviamo sempre tardi quasi ad ogni cosa, piacerebbe capire perché in Paesi europei con spiccata vocazione cattolica come Spagna o Irlanda questi temi sono stati già affrontati e superati, nel primo il matrimonio omosessuale è legale da oltre dieci anni, nel secondo è stato legalizzato meno di un anno fa con un referendum (primo Paese al mondo) ed in entrambi è prevista la stepchild adoption.

L'arretratezza che ci costringe a rincorrere sempre è dimostrata da questa foto del blog 27esima ora.

Quindi se come detto anche Paesi europei con fortissime radici cattoliche hanno legiferato a favore dei diritti delle coppie omosessuali, viene diminuito non poco il vigore del mito della fede cattolica e conservatrice italiana e quindi subentra la responsabilità politica dei nostri governanti. Da un punto di vista ideologico, il tema delle unioni civili e del riconoscimento dei diritti alle coppie omosessuali è molto vicino alla sinistra ed è quindi indubbio che lo scarso impegno delle forze di sinistra nostrane ha di certo contribuito alla biblica lentezza su cui ci siamo impantanati su questo tema. Perché tirando nuovamente in ballo Spagna e Irlanda si deve dire che entrambi i Paesi hanno avuto, il primo un governo guidato dal socialista Zapatero, il secondo da una coalizione popolare-laburista. La nostra sinistra invece? Troppo impegnata a litigare, a frammentarsi, a scindersi, piuttosto che concentrarsi sui programmi elettorali e sulle riforme sbandierate dell'istruzione, della giustizia o alla lotta all'evasione fiscale oppure come già detto al riconoscimento dei diritti alle coppie omosessuali.

Diritti alle coppie omosessuali, in fondo parliamo di questo, diritti. Le unioni civili non possono e non devono essere considerate nient'altro che una forma di tutela dei diritti civili riconosciuti dallo Stato italiano a chi vuole stare insieme ad una persona dello stesso sesso.
La logica ed ovvia conseguenza delle unioni civili è la stepchild adoption, che non è altro che l'adozione del figlio naturale di uno dei due partner, ovvio che se l'unione diventa legale e vengono stabiliti quindi i diritti e i doveri della coppia, il figlio di uno dei due non può rimanere fuori dalla nuova famiglia formatasi e dai diritti riconosciutogli.

Tornando quindi sulla sinistra di casa nostra, oggi il ddl Cirinnà ha praticamente unito se non tutte, in gran parte le forze progressiste del nostro Paese, ci voleva un governo presieduto Renzi...?